Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità
La tolleranza nei confronti della diversità non rappresenta la strada adeguata al raggiungimento di una società davvero inclusiva.
“Quando perdiamo il diritto di essere diversi, perdiamo il privilegio di essere liberi”
C’è un episodio, lontano nel tempo, che ogni tanto mi ritorna con una certa ostinazione. Posidonio[1] racconta di una rivolta di schiavi finita nel modo più tragico: si uccisero tra loro, per non lasciare a nessuno il potere di negare loro la dignità. Un gesto estremo, certo, ma che porta con sé una verità ruvida: la liberazione non arriva mai dall’esterno. O, se arriva, ha vita breve.
E allora mi sorprendo a pensare a cosa succederebbe se tutte le persone con disabilità decidessero di smettere di chiedere per non lasciare a nessuno il potere di negare loro la dignità.? E non di chiedere “di più”: proprio di chiedere, in generale. Se un giorno si alzassero e dicessero: non abbiamo nulla da farci concedere. La risposta non sarebbe poetica. Sarebbe un terremoto. Un collasso sociale, economico, culturale. Forse perché abbiamo costruito un’idea di “cura” che, invece di liberare, trattiene.
Ci raccontiamo che il sistema sta cambiando. Che l’assistenzialismo è superato, che parliamo di autodeterminazione, di cittadinanza attiva. E sì, sulla carta è vero. Gli atti programmatici sono pieni di parole bellissime: partecipazione, inclusione, protagonismo. Ma la realtà ha un’altra andatura, più lenta, più goffa. Spesso più antica.
Perché la verità è che questo cambio di rotta , quello vero, lo conosciamo da più di un secolo. Già nel 1891 la Rerum Novarum l’aveva detto chiaramente: aiutare sì, sostituirsi no. E quarant’anni dopo Pio XI lo ribadiva con ancora più forza.
Eppure oggi la sussidiarietà è diventata una parola da convegno, non un principio operativo. Una bella teoria che resta a galleggiare sopra ai problemi, mentre sotto tutto continua come prima.
Forse il nodo sta in un termine che la società usa con troppa leggerezza: tolleranza[2]. Che sembra un valore, e invece è uno sfiato. Una distanza educata. Un “ti lascio il tuo spazio finché non disturbi”. È il contrario della relazione.
Einstein lo aveva spiegato meglio di tutti: le differenze non vanno sopportate, vanno accolte come un arricchimento. Ma noi continuiamo a sentirci “civili” perché tolleriamo. Che, se ci pensiamo, è un verbo terribile. E allora mi domando: potrei mai definirmi tollerante, se non tollero la tolleranza stessa? No. E forse va bene così.
Mi piacerebbe vivere in un Paese in cui una persona con disabilità non debba fare rivoluzioni per prendere un caffè al bar, salire su un autobus o fare una passeggiata senza dover chiedere un permesso rituale alla città. Piccole cose, sì. Ma da lì nasce l’autodeterminazione, da una quotidianità possibile, non da un progetto scritto in modo impeccabile.
L’unico antidoto? La conoscenza. Quella che non si compra, non si improvvisa e non si delega. Quella che forma il carattere, non solo la competenza. E qui, purtroppo, il conto non torna.
Chi lavora nella relazione, troppo spesso non viene formato davvero. Non nel senso profondo: quello che ti allena a vedere la persona e non la categoria, a leggere le emozioni e non solo i bisogni. E senza questo, nessuna politica può funzionare.
Per cambiare davvero, serve una scelta coraggiosa: trattare la conoscenza non come un lusso, ma come un pilastro. Un bene comune da cui dipende il modo in cui ci relazioniamo, ci emozioniamo, costruiamo comunità. Perché non esiste società inclusiva senza un’alfabetizzazione emotiva. E non esiste autodeterminazione senza qualcuno che ti riconosce come soggetto capace di scelta, prima ancora che di bisogno.
Il resto, norme, strategie, tavoli tecnici, è si importante, ma non basta. Le Giornate, quelle dedicate, sono fondamentali, ma non bastano, non bastano più.
La trasformazione si misura nelle cose semplici: nel modo in cui ci guardiamo, ci parliamo, ci facciamo spazio. Se vogliamo davvero definirci moderni e parte di una società inclusiva, allora dobbiamo tornare a qualcosa di molto antico: il senso di appartenere gli uni agli altri.
Rosalba Moccia