2025: una società che continua a guardare senza vedere

Il 2025 potrebbe essere ricordato come l’anno in cui il termine “inclusione” è stato forse usato più di qualsiasi altro, ma basta guardarsi intorno, specchiarsi negli occhi dei genitori con un figlio disabile, dei figli con genitori disabili, o, meglio ancora, negli occhi di una persona con disabilità per comprendere che, nei fatti, nulla è cambiato.

2025: una società che continua a guardare senza vedere

Caro amico, ti scrivo così mi distraggo un po’, ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione… e tutti quanti stiamo già aspettando.(L. Dalla, 1979, Caro amico ti scrivo).

L’anno 2025 volge al termine, il countdown è ormai alle porte ed è giunto il consueto momento dei bilanci, una necessaria rendicontazione dello stato della nostra società.
Sì, una società in continua evoluzione, in cui lo status quo del linguaggio ha subito una trasformazione significativa, soprattutto nel dibattito sui diritti, sulla giustizia sociale e sull’inclusione. Ma, purtroppo, come dicevano i latini acta, non verba, se le parole non si trasformano in fatti, restano soltanto vuoti contenitori pieni di niente.

Il 2025 potrebbe essere ricordato come l’anno in cui il termine “inclusione” è stato forse usato più di qualsiasi altro, ma basta guardarsi intorno, specchiarsi negli occhi dei genitori con un figlio disabile, dei figli con genitori disabili, o, meglio ancora, negli occhi di una persona con disabilità per comprendere che, nei fatti, nulla è cambiato.Viviamo nella società della perfezione, degli standard, delle performance, degli influencer, dove la bellezza segue canoni precisi e misurabili, con una distratta attenzione alla disabilità. Una società che continua a concentrarsi su ciò che manca alle persone con disabilità, anziché valorizzare ciò che ogni essere umano possiede come propria risorsa personale.

Le parole invece, sì, quelle si sono evolute, modernizzate, ma lo sguardo e l’attenzione concreta no. Quelli restano gli stessi, deconcentrati, fermi sui limiti, su ciò che non funziona. Il deficit rimane al centro, mentre le potenzialità, le capacità, i desideri e le aspirazioni delle persone con disabilità restano fuori, invisibili, esclusi dalla bellezza. Nel frattempo, gli slogan sull’inclusione, la celebrazione dei diritti, la valorizzazione dei talenti imperversano, sono sulla bocca di tutti affinché la società dei proclami possa sempre sentirsi dalla parte giusta, pur vivendo in città che, strutturalmente ed emotivamente, escludono perché continuano a non tener conto delle reali esigenze delle persone con disabilità o almeno ne tengono conto solo marginalmente.

E così, come l’abito non fa il monaco, anche la disabilità non definisce l’identità dell’individuo. Le persone non sono la loro diagnosi.  Le persone con disabilità hanno una storia, vissuti fatti di gioia e dolori, così come tutti gli altri, hanno sentimenti, emozioni, possono scegliere, partecipare, influire, contribuire, insegnare, imparare, amare. Una società inclusiva è quella che offre a tutti le stesse opportunità, partendo dal dotare città, scuole, chiese, musei, giardini, negozi, mezzi di trasporto, cinema, teatri, luoghi di lavoro e tanto altro di strumenti dedicati, perché tutti possano godere degli stessi diritti ed essere cittadini attivi.

L’assistenzialismo si che  serve, nessuno lo rinnega, ma  solo nella misura in cui diventa strumento di opportunità, e non per relegare le persone con disabilità a ruoli passivi. Un’autentica inclusione nasce dal riconoscimento della voce di chiunque, dalla possibilità di partecipare alla vita sociale, culturale, politica ed economica senza sentirsi continuamente un peso già solo per la propria presenza.

Sarebbe un “sacco bello” se nel 2026 le barriere cadessero e non solo quelle fisiche, ma soprattutto quelle mentali, culturali e rappresentative. Sarebbe davvero  bello che il 2026 diventasse quell’anno in cui il termine “normalità” servirebbe per descrivere una vita piena, complessa e degna per ogni essere umano, a prescindere dalla propria condizione. Sarebbe bello che il 2026 segnasse il  giro di boa, dalle parole ai fatti, dal cambio di direzione, da uno sguardo che riconosce, dalla possibilità per tutti e di tutti, dall’appartenenza autentica all’interno di ogni comunità.

Sarebbe il sogno che diventa realtà se nel 2026  l’inclusione smettesse di essere una parola di moda e diverrebbe  una realtà condivisa così da essere una società che siede finalmente dalla parte giusta.