Un muro che urla, lista stupri al Liceo Giulio Cesare Roma

Al Liceo Giulio Cesare di Roma è comparsa una scritta in un bagno con la frase “lista di stupri” e i nomi di alcune studentesse. Il gesto, denunciato dagli studenti, è stato definito violento e sessista. La scuola, il ministro e le istituzioni hanno condannato l’episodio. La Squadra Mobile indaga: la scritta è stata cancellata subito e l’autore non è ancora stato identificato. La comunità scolastica ha reagito con assemblee e iniziative contro la violenza di genere.

Un muro che urla, lista stupri al Liceo Giulio Cesare Roma

In un bagno del Liceo Giulio Cesare, accanto a un lavandino che restituisce solo riflessi distratti, qualcuno ha scritto in rosso: “lista di stupri”. Sotto, i nomi e i cognomi di alcune studentesse e di uno studente. Una lista. Una minaccia. Una violenza esposta su un muro come se fosse nulla.

La scoperta, denunciata dal collettivo Zero Alibi e dai rappresentanti d’istituto, ha attraversato la scuola come un brivido: non un gesto goliardico, ma un atto meschino, aggressivo, sessista. Gli studenti lo hanno detto chiaro: questa non è una bravata, è una ferita.

La preside Paola Senesi ha parlato di atto “ottuso e vandalico”, ribadendo che il liceo non sarà mai un luogo che tollera violenza, discriminazione o intimidazioni. Anche il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha definito il fatto gravissimo, chiedendo sanzioni e ricordando alla scuola gli strumenti educativi che deve attivare.

E mentre la comunità reagiva, cominciavano anche le indagini. Squadra Mobile e Digos hanno ascoltato la preside, ricostruito tempi e testimonianze, e individuato il ragazzo che ha fotografato e poi cancellato la scritta, oggi considerato un testimone da sentire. Ma l’autore della lista non è stato ancora identificato: la pulizia immediata del muro ha lasciato dietro di sé un vuoto di tracce, rendendo difficile accertare chi abbia scritto quei nomi. L’inchiesta è ora in Procura, con ipotesi che vanno dalle minacce all’istigazione a delinquere.

Intanto la scuola ha reagito come una comunità ferita ma non disposta al silenzio. Assemblee, cartelloni, impronte viola vicino alle porte, discussioni aperte: gli studenti hanno capito che quel muro non mostrava solo un insulto, ma uno specchio. Uno specchio scomodo che costringe a guardare la violenza invisibile che attraversa corridoi, chat, conversazioni, abitudini. La violenza che spesso si minimizza. Quella che si chiama scherzo solo per non affrontarne il peso.

Dall’episodio è nata una richiesta concreta: un codice anti-molestie nelle scuole, chiaro e vincolante, per proteggere chi subisce minacce e per educare chi non riconosce i confini del rispetto. Docenti e famiglie stanno ripensando percorsi di educazione affettiva e civica, mentre le ragazze e i ragazzi chiedono una scuola che insegni, oltre alle materie, la dignità.

Forse è da qui che può partire qualcosa. Perché ogni nome scritto su quel muro apparteneva a una persona vera: con una storia, un futuro, una vita che non merita di essere trasformata in un elenco di violenza.

Quel muro ha urlato.

Ora spetta a noi decidere se far finta di non aver sentito o rispondere.