La Scuola fa più paura della Giustizia, Antonio Trillicoso

Nel suo libro “La Scuola fa più paura della Giustizia”, lo scrittore esplora tensioni, fragilità e possibilità di riscatto nel mondo giovanile

La Scuola fa più paura della Giustizia,  Antonio Trillicoso

Con “La Scuola fa più paura della Giustizia”, Antonio Trillicoso ci accompagna dentro una realtà in cui la scuola non è soltanto il posto dove si studia, ma diventa lo specchio di tutto ciò che oggi attraversa i nostri ragazzi: paure, fragilità, conflitti, ma anche possibilità di riscatto. Nel suo libro, Trillicoso affronta con grande onestà e sensibilità il sottile confine tra educazione, devianza giovanile e responsabilità delle istituzioni, dando voce a storie che ci costringono a guardare alla scuola come a un vero presidio sociale, spesso più importante di quanto siamo disposti ad ammettere. Lo ho incontrato per capire cosa lo ha spinto a scrivere quest’opera, quali riflessioni e ricerche ci sono dietro e come immagina il futuro dei giovani e del nostro sistema educativo. Edito da LFA Publisher il libro é stato presentato ufficialmente nella rassegna Campania Libri Festival al Palazzo Reale di Napoli. Il libro ha già avuto diversi riconoscimenti tra cui: un’Attestazione Culturale in Sud America assegnata nell’ambito dell’11^Annniversario della Conspiracion Poetica, Colectivo Internacional  Artistico y Litererio de México. A maggio 2025 é stato presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino. A giugno nella Sala Stampa della Camera dei Deputati e a luglio gli é stato assegnato il premio Cultura e Ambiente nell’ambito della 3^ edizione di Letture dal Bosco - Lago Laceno – Avellino. 

Per Astranews, l'intervista in esclusiva con Antonio Trillicoso.

In “La Scuola fa più paura della Giustizia” affronta tematiche sociali complesse legate al mondo scolastico: qual è stata la spinta iniziale che l’ha portata a scegliere questo intreccio narrativo?

“Sono stato mosso sinceramente dai tanti progetti, dalle molte iniziative che si fanno nelle nostre scuole campane e nessuno conosce. Realtà territoriali che non sempre vivono la quotidianità con molta serenità, talvolta anche a causadelle condizioni in cui versano alcuni edifici, la mancanza di materiali,le suppellettili non sempre sufficienti per il normale svolgimento delle attività. E non raramente la mancanza di certezze per l’utilizzo degli spazi spesso non a norma. Tutto questo mi ha spinto a far conoscere questa realtà dove nonostante le grandi problematiche che sono presenti, si riesce comunque a creare quell’ambiente giusto per evidenziare le potenzialità di ogni ragazzo, trasformando la scuola in un luogo ideale dove ogni studente può mettere in evidenza il proprio talento. Quindi la leva che mi ha mosso a scrivere questo libro è stato mostrare la scuola con occhi diversi da ciò che si percepisce erroneamente all’esterno”.

Le diverse storie raccontate sono realmente accadute, attraverso quale canale le ha tratte: esperienze dirette, testimonianze o contesti di cui è stato osservatore?

“Soprattutto da una conoscenza diretta e vissuta in quanto sono insegnante, qualche altra storia  invece mi é stata raccontata da colleghi e altre da diversi dirigenti dirigenti scolastici. Ma sono tutte storie di una tremenda e bellissima verità”.

Dal suo punto di vista, di insegnante prima e scrittore poi, quale ruolo dovrebbe assumere oggi la scuola nel prevenire concretamente la devianza giovanile e nel supportare i ragazzi più fragili?

“La scuola deve assumere un ruolo primario e fondamentale nella vita dei ragazzi. Insieme alla famiglia, la scuola, seconda agenzia educativa, è il luogo dove i ragazzi trascorrono la maggior parte della giornata pertanto deve essere uno spazio vitale e rilevante per la vita di ogni studente. Quindi attraverso progetti, iniziative, incontri con l’esterno e una maggiore partecipazione alla vita cittadina affinchè si crei un dialogo continuo con le istituzioni, associazioni, parrocchie in modo tale che la scuola non sia una realtà asestante, ma inserita in un tessuto sociale più ampio e globale”.

Quali sono invece, secondo lei, le urgenze che le istituzioni, oltre la scuola, dovrebbero affrontare con priorità?

“I fenomeni del bullismo, delle baby gang e della violenzain generaleaffinchè ci sia  una riqualificazione sociale e dei luoghi, così da offrire opportunità e contribuire alla riduzione delle emergenze sociali che sempre più riguardano i giovani“.

Che tipo di riscontri ha ricevuto, finora, da docenti, studenti o famiglie che hanno letto il libro?

“Non me l’aspettavo ma c’è stato un riscontro molto positivo. A cominciare dai ragazzi che neidiversi incontri che faccio  nelle scuole dalla primaria alle superiori, quando leggono il libro mi dicono di ritrovarsi   in quello che ho scritto.  Ma la cosa più importante è che dalla lettura, scaturiscono tantissime domande a cui vogliono risposte chiare. Perché questo è un altro problema della società è non saper dare risposte certe. Quando mi reco nelle scuole, sollecito i ragazzi a fare domande, domande a cui  noi adulti abbiamo l’obbligo  di rispondere. Tuttavia anche con i genitori e con gli stessi insegnanti, cisiamo  ritrovati e ci siamo confrontati sulle tematiche che riguardano i ragazzi di oggi. Come dico sempre, questo libro è uno strumento da cui devono nascere discussioni, interazioni, confronti e anche diverbi il tutto nello spirito di una continua crescita”.

I suoi personaggi oscillano tra fragilità e possibilità di riscatto: qual è il messaggio più importante che ha voluto lanciare sulla condizione giovanile attuale?

“Che i ragazzi, bambini o giovani che siano hanno bisogno di una continua attenzione e di un ascolto permanente. Devono essere sempre messi in primo piano, perché saranno il futuro di domani, per cui già da adesso bisogna fornirgli strumenti giusti ed efficaci. Infatti quello che sarà del domani è  la conseguenza di quello che abbiamo fatto oggi”.

Se avesse la possibilità di parlare direttamente a chi decide, quali interventi riterrebbe prioritari per rafforzare la scuola come presidio sociale?

“Io dico sempre che chi decidedovrebbe consultare chi vive la scuola, il mondo dei bambini e  dei ragazzi con tutte le problematiche e le bellezze che ne conseguono. Ecco perché credo che chi vive la scuola da “dentro”può dare più di altri le giuste indicazioni. Molte volte vengono fatte leggi e vengono prese decisioni che non rispondono alle reali esigenze dei ragazzi. Faccio l’esempio dell’uso dei telefonini in classe: con una seria programmazione, un consapevole utilizzo di questi strumenti si può fare tantissimo”.

Quale crede sia il peso della cultura, per fare in modo che l’attenzione del pubblico su temi come marginalità, educazione e responsabilità istituzionale siano sentiti maggiormente?

“La cultura ha un peso enorme, bisogna creare le condizioni per cui ognuno possa incontrare e innamorarsi della conoscenza così da poter dare il suo apporto all’interno della comunità, solo così problematiche come la marginalità sociale, l’educazione e la responsabilità istituzionale, diventerebbero questioni facilmente risolvibili“.

Guardando al futuro dei giovani raccontati nel libro (e non solo), si definirebbe ottimista o preoccupato? E quale riflessione vorrebbe restasse nel lettore dopo aver chiuso l’ultima pagina?

“Per mia natura sono un ottimista. Vorrei che chi legge il mio libro nel momento che chiude la quarta di copertina, dica a se stesso “ mi devo dare da fare per i bambini, i ragazzi, i giovani di questo paese, perché rappresentano il nostro futuro”.